Urban Mining

Con il termine urban mining si designa il processo di recupero e riutilizzo dei materiali di una città, i quali possono provenire da edifici, infrastrutture o prodotti di consumo diventati obsoleti. Infatti, quando il ciclo di vita funzionale di un oggetto è terminato, i materiali costituenti l’oggetto stesso diventano disponibili per essere reimmessi nel mercato. L'urban mining non è una novità, i metalli delle automobili e dell'elettronica vengono spesso riciclati, ma la portata della crisi climatica richiede che venga applicato in modo più ambizioso e proattivo, trattando potenzialmente l'intera città come una "miniera" e ricercando attivamente i materiali per garantire che la maggior parte del loro valore venga conservato. In particolar modo, i rifiuti edili rappresentano di gran lunga il quantitativo più elevato, attribuendo all’architettura l’opportunità di contribuire maggiormente al raggiungimento di un futuro più sostenibile nell’ottica di un’economia circolare

I numeri parlano chiaro, gli edifici sono responsabili del 39% delle emissioni globali di carbonio: il 28% dalle emissioni operative, mentre l’11% da materiali e costruzione.


Infatti, il picco di emissione nel processo di costruzione di un edificio deriva principalmente dalla produzione e trasporto dei materiali. Tenendo in considerazione che da qui al 2060 il volume delle città costruite raddoppierà, producendo 230 gigatonnellate di embodied carbon dai materiali da costruzione, risulta chiaro che l’urban mining possa e debba giocare un ruolo importante nelle città, diventando lo strumento più efficace per avvicinarsi all’obiettivo prefissato dall’Unione Europea: un patrimonio edilizio a zero emissioni di carbonio entro il 2050.

Per raggiungere questa importante milestone, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) stima che le che le emissioni dirette di CO2 degli edifici dovranno diminuire del 50% entro il 2030, mentre le emissioni indirette del settore edilizio del 60%. Ciò equivale a una diminuzione delle emissioni del mondo delle costruzioni di circa il 6% all’anno fino al 2030.

Al fine di avvicinarsi il più possibile a questo risultato, il riutilizzo di tonnellate di materiali nei nuovi progetti presenta molti vantaggi. Non solo il calcestruzzo o l'acciaio che rinforza i nostri edifici contemporanei, ma anche il legno, il vetro, il rame, le facciate in alluminio, le tegole, i mattoni, persino le ringhiere in ferro dei nostri balconi; tutti questi sono prodotti finiti di valore che hanno già attraversato una lunga filiera produttiva. Essendo presenti nelle città, non si avrebbe bisogno di lunghe catene di approvvigionamento, aumentando così la disponibilità e di conseguenza la resilienza dei territori locali.

Con l’intento di adottare una strategia di economia circolare, l'urban mining consentirebbe di mantenere il massimo valore del materiale per un periodo più lungo possibile. Dopo tutto, perché estrarre, produrre e trasportare questi materiali diverse volte, da miniere di tutto il mondo, quando sono presenti abbondanti fonti in tutto il territorio?

Se possono essere riutilizzati, questi materiali rappresentano un grande valore. Innanzitutto, in termini economici: si parla infatti di centinaia di milioni di euro di valore risparmiato, di cui una quota parte riguarda la riduzione dei cosiddetti costi ambientali.

Ma al di là dei costi ambientali, il secondo beneficio dell’urban mining riguarda la riduzione degli impatti ambientali. L'utilizzo di materiali di recupero elimina infatti parte delle emissioni associate alla produzione e al trasporto di nuovi materiali da costruzione.

Considerando che il settore edilizio è responsabile dell’estrazione del 50% delle materie prime, se riuscissimo a riutilizzare la maggior parte possibile dei prodotti che si trovano attualmente nelle nostre città, allora sarà possibile creare da zero meno componenti ed estrarre meno materiali, emettendo meno anidride carbonica e gas serra responsabili del cambiamento climatico in atto.

In ogni fase del processo costruttivo ci sono infatti costi di produzione, trasporto e manodopera, che richiedono tempo, energia, sforzi, emissioni e hanno quindi un grande impatto ambientale. Ogni fase della produzione, dall'estrazione alla produzione e all'assemblaggio, aggiunge così valore a un prodotto da costruzione. Questo valore aggiunto è accumulato nei prodotti che si trovano in un edificio a fine del proprio ciclo di vita, e può essere conservato se progettiamo lo smontaggio degli edifici e si riutilizzano i prodotti per il loro scopo originale (o per un valore ancora più alto, secondo il principio dell’upcycling); in alternativa, eseguendo una demolizione selettiva, questi prodotti possono essere riciclati: in questo caso si parla di downcycling, poiché vi è una perdita di valore del componente originale.

Attualmente, il settore delle costruzioni non è ancora orientato all'uso di materiali secondari per la costruzione e la manutenzione dell'ambiente edificato.

Le barriere che ostacolano la diffusione dell'urban mining hanno a che fare con la logistica, la domanda di materiali riutilizzati, le prestazioni percepite, la burocrazia e la normativa. Lo scoglio più grande da superare è la mancanza di informazioni sui materiali estraibili presenti e sul loro valore di riutilizzo. Inoltre, La decostruzione di un edificio può essere più costosa rispetto alla sua demolizione, anche se la vendita di parte del materiale recuperato può compensare parte dei costi.

È fondamentale dunque costruire un modello che preveda il valore e le possibilità di riutilizzo dei materiali e dei prodotti, indagando il quantitativo di materie prime seconde che saranno disponibili a seguito di demolizioni degli edifici in un determinato lasso di tempo, possibilmente estendendo il concetto di urban mining anche oltre i confini metropolitani. Se l'offerta futura di materie prime seconde può essere prevista dai progetti di demolizione parziale o totale all’interno del territorio , la domanda potenziale consiste invece nella previsione di progetti di nuova costruzione e ristrutturazione . Queste analisi fornirebbero informazioni dettagliate che possono creare concrete opportunità di incontro tra domanda e offerta. Una volta che queste informazioni saranno maggiormente disponibili nelle città di tutto il mondo, gli stakeholders interessati - sviluppatori, architetti, appaltatori, governi - potranno allora mobilitarsi per cercare di massimizzare gli effetti e i vantaggi derivanti dall’urban mining.

L'identificazione dei materiali e dei prodotti utilizzabili, e quindi del loro valore finanziario e ambientale, risulta una conditio sine qua non essenziale per aiutare le industrie ad avere un approvvigionamento affidabile di materiali secondari di alta qualità.

L’ampia necessità di costruzioni nel futuro prossimo rappresenta una grossa opportunità per pianificare la miniera urbana del futuro facilitando il futuro riuso e riciclo dei materiali urbani, perseguendo strategie volte in direzione di un’architettura circolare: ad esempio, progettando i nuovi edifici per assemblaggio/disassemblaggio (Design for Disassembly) e implementando la diffusione dei cosiddetti passaporti dei materiali.

Sin dagli anni '70, i costruttori tendevano ad utilizzare in misura eccessiva materiali che hanno reso più difficile una demolizione selettiva degli edifici, quali colle, sigillanti spray e altri adesivi, comportandone una perdita di valore con il deterioramento e la perdita delle prestazioni originali. Permetterne la decostruzione è invece un'alternativa ecologica, in quanto permette di inviare fino all'85% di materiale in meno nelle discariche.

Ancora oggi la maggior parte degli edifici sono staticamente saldati, incollati e fusi insieme. Progettare “a secco” gli edifici del futuro potrebbero rivelarsi più flessibile e permetterebbe di concepire gli edifici come vere e proprie banche di materiali.

Per questo motivo, sarebbe necessario un sistema migliore per tenere traccia di ciò che si trova all'interno di un edificio, in modo da poterlo smontare facilmente e selettivamente quando finisce il suo ciclo di vita.

Un passaporto dei materiali fornirebbe tutte le informazioni rilevanti su qualsiasi prodotto o componente che è destinato al riutilizzo all’interno di un edificio, designando quindi un preciso collegamento tra informazioni e l'elemento, piuttosto che una raccolta di informazioni su un elemento.

Dal punto di vista burocratico, per fare in modo che queste strategie possano concretizzarsi sarà necessario aggiornare i regolamenti edilizi locali per consentire agli appaltatori di costruire con materiali di recupero. Inoltre, è previsto che il costo della decostruzione diminuirà con l’entrata in vigore di norme che incentiveranno queste pratiche a sfavore delle tradizionali demolizioni, permettendo la proliferazione di aziende specializzate a seguito delle nascenti opportunità di mercato e nuovi modelli di business.  

Il concetto fondante dell’urban mining esiste da sempre, la parola rifiuto è comparsa relativamente di recente nel nostro vocabolario, in quanto in passato si valorizzava tutto ciò che poteva essere riutilizzato.

Il boom economico del dopoguerra è stato il responsabile di un modo di vivere che ha dimenticato che per la maggior parte della nostra esistenza abbiamo saputo ridare una seconda o terza vita agli oggetti. Forse è per questo motivo che da metà secolo a questa parte la scarsità delle risorse è diventato uno dei temi a cui rivolgere maggiormente attenzione.

Oggi il nostro clima sta cambiando, le catene di approvvigionamento necessitano di essere più resilienti e i modelli ad alta intensità di rifiuti devono essere ridotti al minimo per poter operare entro confini più sostenibili. Il mondo delle costruzioni, in particolare, ha le potenzialità per diventare molto più resiliente. La buona notizia è che questo sta già iniziando ad accadere: man mano che i governi e le imprese adottano standard e obiettivi di sostenibilità più elevati, i requisiti per le gare d'appalto, le linee guida per gli acquisti e le richieste dei consumatori seguono l'esempio. Un passo importante sarà fatto nel momento in cui si effettuerà una mappatura di tutti i materiali di valore presenti sul territorio e si creeranno degli incentivi che faciliteranno maggiormente il riuso e il riciclo nel territorio locale.

In ultima istanza, è necessario un cambio di paradigma che si accosti il più possibile ai principi dell’economia circolare, dove la parola rifiuto è proibita e indica un errore progettuale. I rifiuti di oggi si chiamano così solo perché ci mancano gli strumenti per comprenderli come materiali. L’urban mining è lo strumento migliore per ricordarcelo, ed è già nelle nostre mani: non ci resta che scavare.

Una ricerca di: Daniele Ferrari, Martha Serra